Mutamenti climatici, è l’ora dell’emergenza

Di seguito l’intervento del sen. Andrea Ferrazzi in Aula al Senato in occasione della presentazione della mozione del gruppo Pd per chiedere la dichiarazione dello stato di emergenza ambientale e climatica. Inoltre, a seguire, il testo della mozione.

Presidente, colleghe Senatrici e colleghi Senatori,

oggi è la giornata mondiale per il clima, particolarmente dedicata all’inquinamento atmosferico e alla crisi climatica.

Il nostro pianeta si trova di fronte a profondi mutamenti climatici e, in assenza di azioni concrete, tali fenomeni ci potrebbero portare entro pochi anni ad un punto di non ritorno. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico ha ripetutamente illustrato la situazione e lanciato l’allarme sugli effetti irreversibili dei cambiamenti climatici, invitando gli Stati ad assumere decisioni urgenti. I mutamenti in corso riguardano anche il nostro Paese, come si è drammaticamente visto nelle devastazioni dell’autunno 2018, per molti versi senza precedenti, e rendono non più sufficienti le sole politiche di mitigazione, ma richiedono anche politiche di adattamento sia nei territori che nelle città.

Secondo il Gruppo intergovernativo vi è una stretta relazione tra l’attività umana e il cambiamento climatico. Con il ritmo attuale entro il 2030 la temperatura media globale rischia di aumentare di 1,5 gradi centigradi. Tale incremento produrrebbe lo scioglimento del permafrost, l’innalzamento dei mari, la scomparsa di vaste zone costiere, la propagazione di malattie infettive, l’insorgere di nuove patologie, nonché danni ecosistemici per foreste e zone umide, l’aumento della desertificazione e la riduzione dell’acqua potabile a disposizione.

La risposta deve essere immediata e non può transigere dalla necessità di ridurre progressivamente le emissioni di gas serra. Alla conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015, 195 Paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. L’accordo ha definito un piano d’azione globale per non superare l’aumento medio della temperatura di un grado centigrado e mezzo e ha fissato l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei due gradi centigradi. Pur importante negli intendimenti, l’accordo non ha finora prodotto misure adeguate a livello globale per dare concreta attuazione agli impegni assunti e risultare dunque decisivi per intervenire e invertire la tendenza in atto.

Il 27 maggio scorso la Pontificia accademia delle scienze ha organizzato una conferenza internazionale dal titolo «Climate change and new evidence from science, engineering, and policy». In quell’occasione il Papa è intervenuto con una relazione su un piano comune per la sopravvivenza del Pianeta. Negli interventi di tutti gli scienziati presenti, a proposito degli accordi sugli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e quelle sul clima nella conferenza COP21 di Parigi, è emerso che in realtà ad oggi anche quest’anno e nei due anni precedenti gli investimenti sui combustibili fossili continuano a crescere. Nel frattempo, l’Agenzia internazionale dell’energia ha recentemente dimostrato che gli investimenti in energia pulita sono diminuiti per il secondo anno consecutivo. Il risultato è che – per dirne una – la concentrazione del diossido di carbonio, tra le maggiori cause del riscaldamento globale, ha raggiunto le 415 parti per milione, il livello più elevato mai raggiunto nel nostro pianeta. Un passaggio importante, dunque, per la lotta al cambiamento climatico sarà in ambito UE l’approvazione in versione definitiva, entro dicembre di quest’anno, del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima.

Alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 Paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. L’accordo ha definito un piano d’azione globale per non superare l’aumento medio della temperatura di 1,5 gradi centigradi e ha fissato l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi. L’accordo, pur importante negli intendimenti, non ha finora prodotto misure adeguate a livello globale per dare concreta attuazione agli impegni assunti e risultare decisivi per invertire la tendenza in atto;

un passaggio importante per la lotta al cambiamento climatico globale sarà, in ambito UE, l’approvazione, nella versione definitiva, entro dicembre 2019 del piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNEC);

Il documento, come prevede il regolamento 2018/1999/UE sulla governance dell’Unione dell’energia, sarà oggetto in questi mesi di una larga discussione a Bruxelles a fronte delle proposte di piano inviate dagli Stati membri. L’Italia in quell’occasione avrà la possibilità di aggiornare, perfezionare e migliorare target ed obiettivi per renderli uniformi a quelli previsti dal piano approvato dal Parlamento europeo e dall’accordo di Parigi.

Per quanto riguarda il nostro Paese, cogliere la centralità della crisi climatica significa innanzitutto accelerare la transizione energetica verso l’utilizzo di fonti rinnovabili e l’efficienza energetica con un graduale superamento dei combustibili fossili. Occorre con slancio proseguire il processo di decarbonizzazione che richiede interventi impegnativi, sostenuti con misure di carbon tax progressive da coniugare a meccanismi di compensazione e tutela sia della competitività (la border tax) che della sostenibilità sociale, e con una graduale riallocazione dei sussidi esistenti dannosi per l’ambiente e per i territori.

Al contempo, appare necessario e urgente avviare un piano di adattamento al cambiamento climatico. Non è più sufficiente la mitigazione, ossia la riduzione delle emissioni, perché ormai il clima risulta strutturalmente modificato; occorre quindi adottare una politica per i territori che rivisiti e renda più incisive le politiche di prevenzione e mitigazione dei rischi e dei danni prodotti, ad esempio, dalle frane e dalle alluvioni. Il dissesto idrogeologico deve essere affrontato con una gestione del territorio che tenga conto del nuovo contesto climatico, in modo tale che rischi e danni possano essere prevenuti e mitigati. In questo contesto, particolare attenzione deve essere riservata ai temi della rigenerazione urbana e a norme più incisive sul consumo del suolo, nonché a tutti gli interventi, in una logica infrastrutturale, di ripristino degli habitat e delle reti idrografiche.

E’ del tutto evidente che le città sono e saranno sempre più centrali in termini demografici e di sviluppo, dunque saranno, anche per questi motivi, i luoghi più energivori ed inquinanti. Pertanto in esse e per esse sarà essenziale una particolare attenzione.

la gestione dell’acqua, in ragione delle sempre più frequenti precipitazioni alluvionali e delle perduranti fasi di siccità, deve poter contare su una legislazione puntuale che, riaffermando la natura pubblica del bene idrico, consenta economie di scala, assicuri qualità omogenea e garantisca sicurezza degli approvvigionamenti. Le tariffe dovranno essere modulate come corrispettivo del servizio e si dovrà prevedere una tariffa sociale per dare agevolazioni a determinate fasce di reddito e a nuclei familiari numerosi, e una tariffa che incentivi il risparmio idrico. Una grande opera pubblica sarà quella di riparare e rinnovare le reti idriche.

Le carenze delle risorse idriche e la crisi dei raccolti sono solo alcuni degli effetti immediati che la crisi climatica in atto genera, soprattutto in alcune zone del mondo, dove innumerevoli persone sono ridotte in carestia e spinte verso fenomeni migratori di massa, i quali, nel lungo periodo, assumono dimensioni di una portata incontrollabile. L’Assemblea di Nairobi dello scorso mese ha parlato di migrazioni climatiche come evento traumatico del presente e del futuro.

In questo contesto, la green economy, non è una questione settoriale per sensibili al tema, ma un vero e proprio approccio integrato, capace tanto di visione di insieme, quanto di interventi mirati in tutto il processo produttivo e di consumo. L’economia circolare è un pilastro fondamentale della green economy. È l’uso efficiente non solo dell’energia ma anche della materia. È l’idea di uno sviluppo a misura d’uomo. È l’Italia che dà il meglio di sé quando intreccia l’economia con l’ambiente, l’innovazione con la tradizione.

Vi è un di più, tale approccio ecologico non è solo l’unico conveniente anche economicamente, ma deve anche integrarsi ad un nuovo approccio sociale al quale è intimamente collegato: giustizia, pace e ambiente sono le facce della stessa medaglia. E’ evidente infatti che l’ambiente umano e l’ambiente naturale sono strutturalmente legati: si salvano e si dannano insieme.

Serve una strategia nazionale e un piano di azione che, anche attraverso adeguate politiche industriali e fiscali, acceleri la transizione verso un modello di economia circolare basato sul risparmio e sull’uso efficiente delle materie prime e dell’energia, oltre che su una corretta gestione del ciclo dei rifiuti;

bisogna fare di più senza ulteriori rinvii e tentennamenti e l’azione deve essere rapida, decisiva e congiunta.

vi è l’obbligo collettivo e morale nei confronti delle generazioni future di fare tutto ciò che è umanamente possibile per fermare i cambiamenti climatici e per rispondere ai loro perniciosi effetti.

Per tutto questo, è necessario dichiarare lo stato di emergenza ambientale e climatica del Paese e ad operare insieme al Parlamento per giungere ad un cambio di direzione in tutti i settori della nostra economia tale da consentire in tempi rapidi e certi, nel rispetto delle indicazioni scientifiche e degli accordi internazionali, la transizione energetica necessaria che spinga il nostro Paese verso la riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera e la progressiva decarbonizzazione dell’economia.

Non abbiamo tempo da perdere. Il futuro nostro e dei nostri figli è nelle nostre mani.

Atto n. 1-00085 (Testo 3)

(Riformulazione del n. 1-00085)

Pubblicato il 4 giugno 2019, nella seduta n. 117

Esame concluso nella seduta n. 118 dell’Assemblea (05/06/2019)

Il Senato,

premesso che:

il pianeta si trova di fronte a profondi mutamenti climatici. In assenza di azioni concrete tali fenomeni ci potrebbero portare, entro pochi anni, ad un punto di non ritorno. Il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ha ripetutamente illustrato la situazione e lanciato l’allarme sugli effetti irreversibili dei cambiamenti climatici, invitando gli Stati ad assumere decisioni urgenti;

i mutamenti in corso riguardano anche il nostro Paese, come si è visto nelle devastazioni dell’autunno 2018, per molti versi senza precedenti, e rendono non più sufficienti le sole politiche di mitigazione, ma richiedono anche politiche di adattamento sia nei territori che nelle città;

secondo l’IPCC vi è una stretta relazione tra l’attività umana e il cambiamento climatico. Con il ritmo attuale, entro il 2030 la temperatura media globale rischia di aumentare di 1,5 gradi centigradi. Tale incremento produrrebbe lo scioglimento del permafrost, l’innalzamento dei mari con la scomparsa di vaste zone costiere, la propagazione di malattie infettive, l’insorgere di nuove patologie, nonché danni ecosistemici per foreste e zone umide, l’aumento della desertificazione e la riduzione dell’acqua potabile a disposizione. La risposta deve essere immediata e non può transigere dalla necessità di ridurre progressivamente le emissioni di gas serra;

considerato che:

alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 Paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. L’accordo ha definito un piano d’azione globale per non superare l’aumento medio della temperatura di 1,5 gradi centigradi e ha fissato l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi. L’accordo, pur importante negli intendimenti, non ha finora prodotto misure adeguate a livello globale per dare concreta attuazione agli impegni assunti e risultare decisivi per invertire la tendenza in atto;

un passaggio importante per la lotta al cambiamento climatico globale sarà, in ambito UE, l’approvazione, nella versione definitiva, entro dicembre 2019 del piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNEC); 

in una risoluzione legislativa separata il Parlamento europeo ha disposto che nel 2030 la quota di energie rinnovabili deve essere pari al 35 per cento del consumo energetico dell’Unione europea. Il documento, come prevede il regolamento 2018/1999/UE sulla governance dell’unione dell’energia, sarà oggetto in questi mesi di una larga discussione a Bruxelles a fronte delle proposte di piano inviate dagli Stati membri. L’Italia in quell’occasione avrà la possibilità di aggiornare, perfezionare e migliorare target ed obiettivi per renderli uniformi a quelli previsti dal piano approvato dal Parlamento europeo e dall’accordo di Parigi;

rilevato che:

per quanto riguarda il nostro Paese, cogliere la centralità della crisi climatica significa innanzitutto accelerare la transizione energetica verso l’utilizzo di fonti rinnovabili e l’efficienza energetica con un graduale superamento dei combustibili fossili. Occorre con slancio proseguire il processo di decarbonizzazione che richiede interventi impegnativi, sostenuti con misure di carbon tax progressiva da coniugare a meccanismi di compensazione e tutela sia della competitività (la border tax) che della sostenibilità sociale, e con una graduale riallocazione dei “sussidi” esistenti dannosi per l’ambiente e per i territori;

al contempo, appare necessario ed urgente avviare un piano di adattamento al cambiamento climatico che rivisiti e renda più incisive le politiche di prevenzione e mitigazione dei rischi e dei danni prodotti dalle frane e dalle alluvioni. Il dissesto idrogeologico va affrontato con una gestione del territorio che tenga conto del nuovo contesto climatico in modo tale che rischi e danni possano essere prevenuti e mitigati. In questo contesto, particolare attenzione deve essere riservata ai temi della rigenerazione urbana e a norme più incisive sul consumo del suolo nonché a tutti gli interventi, in una logica infrastrutturale, di ripristino degli habitat e delle reti idrografiche;

la gestione dell’acqua, in ragione delle sempre più frequenti precipitazioni alluvionali e delle perduranti fasi di siccità, deve poter contare su una legislazione puntuale che, riaffermando la natura pubblica del bene idrico, consenta economie di scala, assicuri qualità omogenea e garantisca sicurezza degli approvvigionamenti. Le tariffe dovranno essere modulate come corrispettivo del servizio e dovranno prevedere una tariffa sociale per dare agevolazioni a determinate fasce di reddito e a nuclei familiari numerosi, e una tariffa che incentivi il risparmio idrico. Una grande opera pubblica sarà quella di riparare e rinnovare le reti idriche;

le carenze delle risorse idriche e la crisi dei raccolti sono solo alcuni degli effetti immediati che la crisi climatica in atto genera soprattutto in alcune zone del mondo, dove innumerevoli persone sono ridotte in carestia e spinte verso fenomeni migratori di massa, i quali, nel lungo periodo, assumono dimensioni di una portata incontrollabile

tenuto conto che:

la green economy è la leva per promuovere questo cambiamento. La green economy non è un settore dell’economia: significa innovazione ecologica in tutti i settori industriali, nei servizi, nell’agricoltura. È l’uso efficiente non solo dell’energia ma anche della materia. È l’idea di uno sviluppo a misura d’uomo. È l’Italia che dà il meglio di sé quando intreccia l’economia con l’ambiente, l’innovazione con la tradizione. Deve crescere la riqualificazione edilizia e urbana e ridursi il consumo di suolo. Devono crescere le energie rinnovabili, e ridursi fino ad annullarli l’utilizzo dei combustibili fossili. Deve crescere il trasporto sui mezzi pubblici, e ridursi la congestione delle città;

l’economia circolare è un pilastro fondamentale della green economy. Serve una strategia nazionale e un piano di azione che, anche attraverso adeguate politiche industriali e fiscali, acceleri la transizione verso un modello di economia circolare basato sul risparmio e sull’uso efficiente delle materie prime e dell’energia, oltre che su una corretta gestione del ciclo dei rifiuti;

bisogna fare di più senza ulteriori rinvii e tentennamenti e l’azione deve essere rapida, decisiva e congiunta;

vi è l’obbligo collettivo e morale nei confronti delle generazioni future di fare tutto ciò che è umanamente possibile per fermare i cambiamenti climatici e per rispondere ai loro perniciosi effetti;

l’Italia, in tale processo, può assumere un ruolo guida nel mondo,

impegna il Governo:

a dichiarare lo stato di emergenza ambientale e climatica del Paese ed operare insieme al Parlamento per giungere ad un cambio di direzione in tutti i settori della nostra economia tali da consentire in tempi rapidi e certi, nel rispetto delle indicazioni scientifiche e degli accordi internazionali, la transizione energetica necessaria che spinga il nostro Paese verso la riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera e la progressiva decarbonizzazione dell’economia.

FERRAZZI, FEDELI, MARCUCCI, UNTERBERGER, MIRABELLI, MESSINA Assuntela, SUDANO, IORI, MALPEZZI, RAMPI, VERDUCCI, STEFANO, VALENTE, FERRARI, COLLINA, BINI, CIRINNA’, ALFIERI, ASTORRE, BELLANOVA, BITI, BOLDRINI, BONIFAZI, CERNO, COMINCINI, CUCCA, D’ALFONSO, D’ARIENZO, FARAONE, GARAVINI, GIACOBBE, GINETTI, GRIMANI, LAUS, MAGORNO, MANCA, MARGIOTTA, MARINO, MISIANI, NANNICINI, PARENTE , PARRINI,  PATRIARCA ,  PINOTTI,  PITTELLA, RENZI, RICHETTI , ROJC, ROSSOMANDO, SBROLLINI, TARICCO, VATTUONE, ZANDA, LANIECE, BRESSA

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