CONTRO I SOVRANISTI SERVE IL PARTITO DEMOCRATICO EUROPEO

I risultati elettorali in Europa configurano un mutamento che va ben oltre la contingenza e che disegnano invece un orientamento culturale e politico che mette a rischio il lungo processo di costruzione dell’Unione Europea. Si sta affermando un fronte sovranista che usa l’Europa solo come pretesto retorico per la difesa identitarista dei singoli Stati nazionali e che di fatto mira a distruggere l’Unione stessa. Le forze politiche populiste/sovraniste stanno crescendo in modo preoccupante in Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca ma anche Slovenia, Austria, Olanda e da ultimo nel nostro Paese.

 

L’Europa non si sfascia, si migliora

A tale fronte sovranista e populista va contrapposto un nuovo Partito Democratico Europeo composto da chi non vuole distruggere l’Europa ma migliorarla, di chi non vuole accordi privilegiati con la Russia di Putin ma vuole stare stabilmente nel Patto Atlantico, di chi vuole tenere insieme la protezione dei nostri cittadini con i diritti civili e il valore della libertà, di chi riconosce il valore delle comunità locali e sa metterle insieme alla relazione feconda con le diverse culture, di chi non vuole il ritorno alle singole monete nazionali ma il rafforzamento dell’euro, di chi ha capito che alla crisi strutturale della sovranità nazionale la risposta sta nel rafforzare la sovranità europea andando verso gli Stati Uniti d’Europa.

Da una parte chi lavora per sfasciare l’Europa, dall’altra chi vuole migliorarla; da una parte chi pensa di salvarsi con la propria scialuppina di salvataggio, dall’altra chi sa che solo salendo nella plancia di comando la nave potrá uscire dalla tempesta; da una parte chi racconta che la risposta alle questioni poste dalla globalizzazione sia la chiusura nei singoli stati nazionali, dall’altra chi sa che solo con strumenti sovranazionali i popoli europei potranno essere protetti e la ricchezza potrà essere creata e redistribuita.

 

Una domanda di protezione seria e motivata

Ora per il Partito Democratico italiano si pone la grande questione di come guidare questo processo.

Si deve partire prendendo il toro per le corna, e dunque rendendosi conto che il sovranismo e il populismo si alimentano (e alimentano) le paure della gente e che tali paure hanno fatto sorgere in tutto l’Occidente una potente domanda di protezione che trova soddisfazione in una risposta neo autoritaria.

Tale domanda di protezione è seria e motivata.

Il Partito Democratico deve dunque alzare lo sguardo e ripensare profondamente se stesso:
lotta alla precarietà per un lavoro che cresca anche qualitativamente
giustizia sociale:

  • lotta per i diritti sociali e per i diritti civili
  • conferma dell’Italia nel Patto Atlantico contro ogni deriva a favore di paesi di fatto illiberali
  • centralità della questione ambientale a favore di un nuovo e improcrastinabile bio equilibrio
  • lotta senza quartiere contro il consumo di suolo
  • cittadinanza digitale
  • lotta all’alfabetismo di ritorno e all’alfabetismo funzionale
  • difesa del diritto alla formazione permanente e alla tutela della salute
  • un grande piano per la casa
  • centralità delle Istituzioni pubbliche a tutela dei cittadini/consumatori
  • lotta senza quartiere non solo alle mafie ma alla corruzione e ai nuovi poteri criminali
  • investimenti pubblici che sappiano distinguere il deficit destinato ad autoassorbirsi perché generatore di produttività dalla spesa pubblica clientelare, improduttiva, sprecona, assistenzialista e parassitaria.

Va spiegato che se le politiche neo keynesiane hanno portato gli Usa velocemente fuori dalla crisi economica, l’aumento dissennato del debito pubblico italiano significa inesorabile cessione di sovranità.

 

La risposta sovranista porta alla povertà

Al popolo va spiegata la verità e cioè che la risposta sovranista porta alla povertà, che il voler distaccare l’Italia dall’Europa la trascina inesorabilmente verso l’Africa, che alla sacrosanta domanda di protezione può rispondere solo un’Italia forte in un’Europa forte, federale, dei popoli. Va spiegato che la Cina, la Russia e gli Usa oggi più che mai puntano sulla fragilità e sul fallimento dell’Europa per poi far dei singoli paesi un solo boccone, come già stanno facendo.

Al rancore diffuso si deve rispondere spiegando che il populismo strumentalizza e brutalizza il popolo sovrano.

La globalizzazione, volenti o nolenti, è un dato di fatto. Essa va governata, non agitata, serve una politica forte che la governi per produrre giustizia, distribuire ricchezza, allargare i diritti e le opportunità.

Paghiamo decenni di ritardo, energie usate per combatterci all’interno invece che volte verso l’esterno, distacco nei rapporti con le fasce che soffrono e che stanno talmente male e sono talmente disperate dal vedere nella risposta demagogica autoritaria l’unica via di uscita.

 

Superare i singoli partiti nazionali

Dobbiamo, su base nazionale, andare oltre i singoli partitini, le singole sigle. E dobbiamo, sul piano internazionale, superare i singoli partiti nazionali fondati solo stato nazione dal momento che la sovranità nazionale è da tempo spazzata via e che per poter agire politiche efficaci a difesa del popolo vanno pensati soggetti politici almeno federati su base europea così come lo devono essere le Istituzioni.

Serve dunque non solo un soggetto politico nazionale, ma un nuovo Soggetto politico europeo che sappia opporsi in modo radicale e credibile alle politiche antidemocratiche di alcuni governi europei.

 

Quei governi che destabilizzano l’Europa

Quei governi, come in Ungheria, guidati da quell’Orban che Salvini definisce suo modello di leader. Quell’Orban che ha voluto una legge per cui sarà arrestato chi darà il cibo e il ricovero e l’assistenza legale agli immigrati clandestini.

O come nella Polonia di Andrzej Duda dove il partito di governo che si chiama “Diritto e giustizia” (sob!) ha bloccato la Corte costituzionale e infilato una serie di leggi congedando i giudici della Corte suprema, del CSM e di 120 Distretti di giustizia e sostituiti con altri giudici più morbidi con le ragioni governative e più rigorosi con i dissidenti (come raccontato dal Presidente dell’Ordine degli avvocati di Varsavia Molokai Pietrzak in un drammatico video spedito ai colleghi di Trento e Bolzano riuniti in Congresso). Quel Duda che quando vinse le presidenziali in Polonia trovò l’entusiasmo del nostro attuale Vicepresidente del Consiglio Salvini che pronosticò: fra un po’ tocca a noi.

O quel Putin di fatto monarca russo il cui Partito, “Grande Russia”, ha sottoscritto lo scorso anno un contratto con la lega di Salvini che fa stringere un accordo privilegiato di cooperazione e di scambio di informazioni. Lo stesso contratto sottoscritto dal Vice cancelliere austriaco Heinz Christian Strache, leader del Partito nazionalista Fpö.

Tutte operazioni volte a destabilizzare l’Europa i cui Stati nazionali, a quel punto, diventerebbero del tutto ininfluenti e privi di sovranità con buona pace dei diritti dei propri cittadini, a cominciare dagli italiani.

 

 

VERSO GLI STATI UNITI D’EUROPA

Dal voto alle elezioni politiche emerge con forza da un lato la richiesta di godere soggettivamente della ripresa economica e dall’altro una potente domanda di protezione.

 

Voglia di ripresa

Relativamente al primo punto è innegabile che a fronte della drammatica crisi economica e istituzionale del 2011, i Governi che si sono succeduti hanno compiuto un’opera di risanamento e rilancio fondamentale, certamente criticabile in alcuni punti, ma che ha segnato la messa in sicurezza del Paese e l’inizio di una strutturale ripresa macroeconomica. Ma questa ripresa, essenziale per la tenuta del Paese, non ha ancora dato i sufficienti frutti concreti ai nostri cittadini. La povertà assoluta presente con percentuali inquietanti, la disoccupazione seppur in diminuzione ma ancora pesantemente presente, la perdita del potere di acquisto, la precarietà lavorativa e sociale amplificate dalla drammatica crisi economica iniziata nel 2006, hanno lasciato un segno profondo.

Con il voto gli italiani hanno detto “vogliamo godere anche noi nella ripresa”. Lo hanno detto in modi diversi, per certi versi opposti, tra nord e sud. Al nord hanno chiesto meno tasse e meno burocrazia, al sud più spesa pubblica e più investimenti infrastrutturali statali.

 

Il ritorno alla chiusura dello stato-nazione

Lo hanno detto votando rispettivamente Lega al nord e 5Stelle al sud. Lega e 5Stelle che hanno trovato un elemento comune nella risposta sovranista e populista. Alla paura generata dalla globalizzazione la risposta è stata infatti simile: il ritorno alla chiusura nel proprio stato-nazione, in sintonia con i movimenti europei alla Lepen e alla Farange, che non a caso nel Parlamento europeo sono rispettivamente con la Lega e con i 5Stelle.

Tale chiusura non va demonizzata, ma va spiegato che è del tutto impotente nel rispondere alla domanda di protezione che è emersa con questo voto nazionale. Se la nave sta attraversando una tempesta la risposta non è nascondersi nella stiva nell’illusione che sia calda e rassicurante, ma è invece quella di salire nella plancia di comando per portarla fuori dal pericolo.
Così come la risposta non sta nello scendere ognuno con la propria piccola scialuppa di salvataggio, destinata inesorabilmente a schiantarsi sugli scogli. La globalizzazione ha infatti reso impotenti gli Stati nazionali di cui oggi rimane il simulacro di un Sovrano senza alcuna sovranità

 

La risposta: la nuova sovranità europea

La risposta è dunque nella creazione di una nuova sovranità europea, la risposta è quella di governare la globalizzazione, la risposta è quella di guardare all’orizzonte.
Non uno dei problemi dei nostri cittadini si può risolvere con i miseri strumenti del singolo stato nazionale. Non lo sono la gestione dell’immigrazione, del mutamento climatico, delle speculazioni finanziarie, dell’economia digitale, del welfare, del lavoro, del terrorismo. Non si risponde alla globalizzazione demonizzandola o fuggendola, si risponde governandola, capendo una volta per tutte che se i confini nazionali sono ininfluenti rispetto ai macro fenomeni citati, la risposta è la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
È da questo quadro che devono partire i Partiti politici riformisti, progressisti, liberali e democratici occidentali, prendendo definitivamente atto del fatto che la risposta alla paura non è la rabbiosa nostalgia di un passato che non può tornare ma, appunto, il rilancio del progetto europeo come unico in grado di restituire protezione e speranza.

 

Come cambiano i partiti riformisti

In questo quadro va compiuta una seria riflessione su come trasformare tali partiti in modo da renderli capaci di rispondere adeguatamente alle nuove sfide. A tal proposito è ormai da tempo evidente che i progetti politici socialdemocratici del ‘900 sviluppatisi a misura dei singoli stati nazionali non sono più strutturalmente in grado di rispondere alle nuove potenti domande. Essi sono incapaci di reggere alla globalizzazione perché il Capitalismo, termine di riferimento, ha fatto del mondo globalizzato la propria patria, oltrepassando i confini nazionali e rendendo ininfluenti i singoli Stati.

In questa prospettiva e coerentemente ad essa devono muoversi i Partiti riformisti europei. Se il destino istituzionale sono gli Stati Uniti d’Europa, il destino politico è il Movimento Riformista Europeo su Base Federale (Democratici Europei?)
Solo una simile ambizione sarà capace di contrapporsi ai nuovi populismi, comprendendo che il populismo non è un’invenzione del terzo millennio ma è sempre presente nelle società. Esso riemerge ogni qualvolta vacilla la comprensione del mondo da parte dei democratici e dei riformisti, ogni volta che lascia spazio alla così detta “volontà generale” dalla quale, inevitabilmente, sbuca sempre un Generale che la interpreta, la cavalca, la strumentalizza e se ne serve.

 

Autonomia locale e federalismo europeo

Torna dunque prepotente la necessità di Europa, che vogliamo federale, in cui le differenze dei popoli e delle culture sono ricchezze da valorizzare.
In questa direzione va rilanciato il progetto, presente nel programma del Partito Democratico, di utilizzare i 73 posti al Parlamento Europeo liberati dal Gran Bretagna con la Brexit non per ridistribuirli su base nazionale, ma per creare una lista transnazionale votata dai i cittadini europei.
Alla crisi degli stati nazionali si risponde dunque con un nuova polarità: federalismo e autonomia locale da un lato, costruzione degli Stati Uniti d’Europa dall’altro.
Sul concetto di autonomia il Partito Democratico deve fare autocritica e una profonda riflessione. Non si tratta di cedere a identitarismi “idioti” di chi parla solo il proprio “idioma”, ma di comprendere una volta per tutte che L’Unità delle nazioni e la tenuta del progetto europeo passano attraverso il principio del potere originario e non derivato che è alla base di ogni discorso federale. Si tratta di comprendere che la risposta sono le autonomie locali municipali, da non i confondere con il neo centralismo regionalista che non è altro che la moltiplicazione statalista/centralista su base regionale.
Se il Risorgimento italiano, con tutti i propri limiti e contraddizioni, (primo tra tutti il modello centralista che allora ha prevalso nel dibattito-scontro con il modello federalista sostenuto da molte delle culture politiche all’origine del Partito Democratico) è riuscito ad essere progetto egemone sull’idea di unità nazionale, la costruzione degli Stati uniti d’Europa deve essere quelle che guida il nostro tempo.

Andrea Ferrazzi
Senatore Partito Democratico



BIOGRAFIA

Andrea Ferrazzi è Senatore della Repubblica eletto nel collegio Veneto 01 e Capogruppo per il Partito Democratico al Consiglio Comunale di Venezia e Consigliere della Città Metropolitana, dopo essere stato Vicepresidente della Provincia e Assessore all’Urbanistica e alla Formazione del Comune di Venezia. Impegnato nell’associazionismo culturale e sociale nazionale e internazionale, si è occupato anche dei temi della cultura, della rigenerazione urbana e della valorizzazione del patrimonio immobiliare.

E’ attualmente nell’Esecutivo Nazionale del PD e Responsabile Nazionale dell’Urbanistica

È sposato con Stella con cui ha tre figli: Pietro, Maria, Irene.

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